VIAGGIO DI FORMAZIONE A BERLINO 2023 – ECCO COME E’ ANDATA!

Torniamo per il secondo anno nella capitale tedesca insieme a un gruppo di giovani, per scoprire e approfondire la storia del Novecento, accompagnati da due guide d’eccezione, Tommaso Speccher e Gianluca Falanga.

A partire dalla Prima guerra mondiale, il Novecento europeo si dispiega nella storia della città. Le due dittature, ideologicamente opposte – l’hitlerismo e lo stalinismo – trovano punti di contatto nei modi, nell’educazione e nella disciplina delle masse, negli apparati di controllo, nelle violenze e nei traumi lasciati nella società e soprattutto nei singoli. Dalla burocratizzazione dello sterminio nazista degli ebrei, fase ultima di un piano architettato con minuzia e formalità, a cui si è giunti dopo discriminazioni, persecuzioni e deportazioni sistematiche, si passa ad anni di vuoto – quelli tra il 1945 e il 1949 – in cui la Germania è sotto l’occupazione delle potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale e in cui tenta, faticosamente, di iniziare una Erinnerungskultur. Il processo di Norimberga è il primo passo di un percorso sociale e politico che riporta alla luce il sommerso, sia quello condannato che quello resistente. Una delle storie riemerse di Resistenza al nazionalsocialismo è quella di Erika von Bockdorff, condannata a morte nel maggio del 1943 per la sua attività di opposizione all’interno del gruppo “Rote Kapelle” e tramandata oggi dalla figlia Saskia. Dopo il 1945 la “Rote Kapelle” era diventata un simbolo della DDR, altro sistema dittatoriale in cui il partito controlla il popolo in ogni sua attività, da quella economica a quella sociale. Un controllo fine, opprimente e ampiamente articolato, esercitato dalla Stasi e basato sul modello della CeKa sovietica, per eliminare i dissidenti politici e combattere il capitalismo. Un’infrastruttura che crolla insieme al Muro, cedendo il passo, di nuovo, ad un tentativo di pulizia ed elaborazione del passato, questa volta più complesso e ingarbugliato, perché richiede una lettura complessiva e attenta di entrambe le dittature e di tutte le storie che fanno la storia della città e del paese.

Ripercorriamo il percorso fatto attraverso le parole dei partecipanti.

Dopo la Seconda guerra mondiale, Berlino era una spianata polverosa. Le bombe avevano raso al suolo quasi tutto e a prendersi cura delle macerie erano rimaste le Trümmerfrauen. Da quel momento la città è stata un cantiere, e lo è tutt’ora, sia in senso letterale che figurato.

Settantotto anni dopo la fine del conflitto – con la DDR e la Germania “riunificata” di mezzo – al posto dei palazzi ci sono ancora spazi vuoti su cui cresce l’erba, il bunker di Hitler è diventato un parcheggio e da non troppi anni è iniziato un processo di monumentalizzazione per fissare una narrazione dei fatti del Novecento scelta dalle istituzioni: è giunto il momento di fare i conti con la storia.

Ma c’è qualcosa di paradossale in questa espressione, fare i conti con la storia.

Sembra che la storia sia una calamità naturale, un inevitabile fardello che le cittadine e i cittadini possono solo rattoppare e mettere nella teca di vetro di un museo. Sembra che la storia sia una croce che viene sempre dagli altri, che sia qualcosa verso cui siamo impotenti e che subiamo passivamente.

Invece io penso che la storia si faccia qui e ora, mentre io scrivo e mentre tu leggi. La storia non sono solo i grandi eventi che accadono, ma tutti i piccoli passi che servono ad arrivarci.

Fare memoria significa rendersi conto che la storia siamo tutte e tutti noi, ed è per questo che siamo andati nella Berlino-cantiere. Abbiamo trovato una Germania le cui spaccature sono ancora visibili in un rapporto torbido con il passato. Un passato i cui fantasmi non sono poi così fantasmi, e forse non sono neanche mai realmente morti. Fare memoria significa permettere a questi fantasmi finalmente di riposare. Fare memoria è fare la storia.

(Camilla)

Torno a Berlino nel 2023 per indagare la storia del ‘900 con ARCI Bolzano-Bozen. Guide d’eccezione consentono di orientarsi negli strati multipli e del rapido processo di trasformazione degli ultimi 30 anni. La città non è più la stessa che ho conosciuto 15 anni prima. Stavolta mi danno strumenti per affrontare la storia della città, quindi la storia tedesca del secolo scorso. Ciò impone capacità di distinguo e spiccato senso critico, evitare banalizzazioni e spiegazionismo. La storia berlinese chiede di rimanere aperti e vigili nelle contraddizioni senza dimenticare il punto da cui si guarda, perché la tentazione di pensare che esista solo una prospettiva è grande ma ha quel sapore ampolloso e coloniale. Come 15 anni prima, torno convinto di essere più “pronto” al mondo e alle sue complessità. Nel frattempo, io sono cambiato ma lo è anche la città e mi chiedo “la storia che ho “visto” era lì già prima o c’è solo perché adesso l’ho vista e l’ho vissuta?” Sono confuso e non capisco cosa ho visto 15 anni fa. Poi in un quaderno trovo un appunto di Bosnia, probabilmente legato a Sarajevo: “Le città non muoiono, cambiano. Cambiano come cambiano le persone. A volte diventano più brutte, peggiori. A volte, invece, migliorano.”  Forse non sono più “pronto” ma ho più coscienza del mio punto di vista e capisco che la memoria è altro che un semplice riassunto di fatti storici.

(Matteo)

di Ana Andros


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