LiberArci dalle spine, Corleone 2016 - di Asia Rubbo

Campo della legalità

La società odierna sembra fornirci tutti gli strumenti per essere cittadini consapevoli, per partecipare attivamente alla vita pubblica. Sembra tutto anche troppo democratico, basti pensare che ognuno di noi può esprimere un’opinione su un social network e raggiungere comunque un discreto numero di persone. Eppure troppo spesso oggi come oggi, soprattutto i ragazzi giovani, tendono a non sentirsi partecipi, sono quasi assuefatti dalle troppe informazioni che preferiscono non starle nemmeno a sentire. Posso dire però che non per tutti è così e che ci sono moltissimi ragazzi pronti a rimboccarsi le maniche, a mettersi in gioco e partecipare attivamente alla cosa pubblica. Questo è accaduto, per la precisione, dal 18 al 28 luglio scorso, a Corleone, in Sicilia. Una ventina di ragazzi trentini e altoatesini hanno deciso di sfruttare due settimane della loro estate per lavorare e alloggiare in terreni e beni confiscati alla mafia. Cosa significa esattamente? Perché ad un ragazzo di 17 o 23 anni dovrebbe venire in mente di iscriversi al progetto Arci “Campi della Legalità”? Io credo, e parlo perché è quello che provo sulla mia pelle, perché c’è un disperato bisogno di sentirsi parte di qualcosa, ma non semplicemente in maniera passiva, bensì attiva e cosciente. Quest’esperienza vuol dire mettersi in gioco, molti arrivano senza nemmeno sapere cosa andranno a fare di preciso, ci si lanciano a capo fitto e ne tornano rinvigoriti e cresciuti. Questo progetto ti permette di misurarti con una realtà che non è la tua, che noi qui, dal “profondo Nord” non riusciamo proprio a concepire. E’ solo toccando con mano, lavorando e sporcandosi le mani, trovando il coraggio di fare domande (anche se ci sembrano stupide) che si può sfruttare al meglio questa esperienza e trarne il massimo.
Dieci giorni sono stati decisamente troppo pochi per metabolizzare tutto ciò che abbiamo vissuto, eppure allo stesso tempo sono sembrati una vita intera. In quel piccolo lasso di tempo abbiamo parlato con persone piene di cose da dire ed ognuna ci ha trasmesso qualcosa di diverso; abbiamo visitato luoghi impregnati di memoria, che parlavano di per sé; abbiamo imparato a conoscerci tra di noi, instaurando rapporti ed amicizie che di sicuro non sono destinate a finire con quest’esperienza e poi sì, ovviamente abbiamo anche faticato nei campi, il che ci ha fatto rendere conto del perché eravamo lì: la nostra azione era vera, tangibile. Siamo stati ospiti a “Casa Caponnetto”, giudice che guidò il Pool Antimafia e a cui il bene che fu del Boss Grizzafi, nipote di Riina, è dedicato. Questa Casa è anche la sede della cooperativa sociale “Lavoro e non solo” che si occupa di gestire 150 ettari di terreni confiscati alla mafia e riesce a mantenersi in un’economia legale, cosa non facile in un terreno come quello siciliano. Naturalmente non è una passeggiata, ma credo che il nostro contributo, sebbene volontario e disinteressato, sia di aiuto e soprattutto lanci un forte messaggio alla cooperativa: non siete soli.
Lavorando nei campi ho sentito che stavo facendo qualcosa di utile, che stavo aiutando queste persone a vivere in maniera legale, onesta, pulita. Troppo spesso “qua sopra” diamo tutto per scontato, come se la trasparenza e le istituzioni fossero cosa dovuta, ma purtroppo in questi territori ad alta densità mafiosa gestire una cooperativa in maniera totalmente legale diventa una sfida. Sfida che però si sta vincendo e, anche se in minuscola parte, sento che noi abbiamo contribuito. Porteremo avanti il loro messaggio, lo moltiplicheremo e faremo sì che altre persone si interessino, che altri vogliano conoscere e toccare con mano il loro lavoro e i loro risultati. Abbiamo fatto nostra la loro esperienza, come abbiamo fatto nostre le testimonianze di Gabriella Ebano, che ci ha presentato il suo libro “Insieme a Felicia” dove racconta la storia di Felicia, madre di Peppino Impastato e di altre donne che hanno perso un parente, un padre, un fratello o un marito per mano mafiosa. La Ebano si fa testimone del dolore delle donne, il dolore che a volte non trova via d’uscita, ma che altre volte divampa, come quello di Felicia e fa sì che giustizia venga fatta e che le storie di queste vittime di mafia diventino come pane quotidiano e che la loro lotta ci sia da esempio. Ci ha riempito il cuore anche la storia di Serafino, un uomo di 85 anni, che è rimasto in piedi sotto il sole a raccontarci la sua storia e la sua esperienza a Portella della Ginestra. Era solo un ragazzo nel ’47, quando durante il comizio del 1 maggio, proprio in quel luogo dove noi eravamo riuniti ad ascoltarlo, arrivò una raffica di spari che uccise undici persone, tra cui bambini e donne. Lui era lì e ci raccontava l’avvenimento con voce rotta dal pianto, quasi rimproverandoci, perché loro ai tempi lottavano per un pezzo di terra e un pezzo di pane…e invece noi oggi, che abbiamo tutto, lasciamo che le cose accadano senza rendercene conto. La sua testimonianza, la sua rassegnazione, ci ha fatto sentire ancora più responsabili: noi vogliamo esserci, non essere indifferenti. Il carico di responsabilità andava pian piano ingrandendosi e anche in via d’Amelio, sotto l’albero Borsellino, abbiamo ricevuto il testimone da sua sorella, Rita. Nella sua voce però non c’era rassegnazione, lei in noi ci crede fermamente e il suo messaggio ora è dentro tutti noi, che sentiamo Palermo e la sua storia così vicini, sebbene così geograficamente lontani. L’ultimo grande momento di memoria è stato a Cinisi, nella Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato. E’ stato strano essere lì, percorrere i famosi “cento passi”, fermarsi e osservare la fu Casa Badalamenti, soprattutto per chi già conosceva la storia o aveva visto il film. All’inizio sembrava tutto irreale, sembrava distante, impalpabile, ma poi leggendo gli appunti e vedendo la camera di Peppino è stato chiaro che lui era una persona come lo siamo noi. Non dobbiamo percepire la sua storia come “mitica”, impalpabile, perché allora ci penseremo sempre altro da lui. Noi però siamo come lui, carne, ossa e voglia di cambiare e già il fatto di essere lì, testimoni di quello che è stato, ci ha resi coraggiosi, attivi, partecipi.
In questi dieci giorni però non abbiamo fatto solo memoria, ma abbiamo anche avuto la possibilità di toccare con mano una realtà che non conoscevamo e, soprattutto, di restarne sorpresi. Abbiamo visto una Corleone assolutamente normale e pacifica (niente coppole o marranzani ad ogni angolo) e soprattutto una Corleone impegnata. Ovviamente la piccola città è piena di contraddizioni, infatti nella ex Casa Provenzano si trova il Laboratorio della Legalità dedicato a Paolo Borsellino, con il negozio dei prodotti provenienti da territori confiscati alla mafia ed un bellissimo percorso che racconta la storia delle vittime di mafia e dell’antimafia siciliana attraverso immagini. I dipinti di Gaetano Porcasi colpiscono dritto al cuore e rendono visivamente ciò che troppo spesso si racconta solo a parole. Il laboratorio è gestito da ragazze giovani, ma purtroppo in sei anni di apertura sono entrati solamente 56 corleonesi. Questo significa che il paese non è fermo, che l’antimafia c’è ed attiva, ma che ancora nel tessuto sociale non è riuscita ad insediarsi completamente. Tuttavia siamo stati testimoni di una Corleone attiva, che non piega la testa e la stessa sensazione l’abbiamo provata anche visitando Palermo, la cui bellezza viscerale ha lasciato tutti a bocca aperta: una città che trasuda storia, cultura e anche voglia di esserci e di resistere.
Naturalmente abbiamo vissuto anche momenti di svago, siamo andati “a mare” e abbiamo grigliato in pineta, abbiamo riso fino alle lacrime e abbiamo imparato molto gli uni dagli altri, in ogni situazione. La consapevolezza però che eravamo lì per fare qualcosa di grande e di bello era sempre presente, o perlomeno, io l’ho sempre sentita mia. Sentivo che non ero lì solo per me stessa, ma che quello che i miei occhi vedevano dovevo farlo vedere anche agli altri. Questa voglia di esserci ed esserci insieme, questo desiderio di provare ad opporsi ad un sistema totalitario come la mafia pur sapendo che in due settimane di sicuro il mondo non si cambia, mi ha riempito il cuore. Il fatto che noi fossimo là e che ci fossimo in gruppo mi ha dato la forza di continuare a perseguire i miei ideali, a stare dalla parte della legalità, dell’onestà e della non rassegnazione. Molti avrebbero potuto sentirsi scoraggiati magari, sentendo delle difficoltà che si incontrano in una situazione come quella. Una volta sono stata fermata da una signora che mi ha chiesto da dove venissi ed io sorridente le ho risposto che venivo da Bolzano, dall’estremo Nord. Lei mi ha sorriso, ma poi amareggiata mi ha detto che per noi è facile, noi andiamo giù due settimane e poi torniamo a casa, chi nasce e cresce là invece ha vita difficile. Ho compreso il suo discorso, ma non ho lasciato che mi scoraggiasse, anzi ho sentito che era lì che dovevo essere e agire. Molti ragazzi siciliani non sanno nemmeno dell’esistenza di questi campi della legalità, per molti di loro la mafia è un concetto astratto, qualcosa che non si tocca e che non si vede. La mafia è qualcosa di talmente normale che non viene più notata, poiché anche questa ha imparato a “normalizzarsi”, rendersi quotidiana, restare capillare ma sottopelle. Io però, che vengo da “qua sopra” non voglio abituarmi alla mafia, non voglio pensare che i miei diritti debbano venirmi forniti come privilegi, non voglio brancolare nella paura e nell’incertezza e lasciare che tutto diventi abitudine. Io sento quella quotidianità come estremamente sbagliata, sento che ho bisogno di farmi Stato e sento che vorrei uno Stato più presente. Sento che nei campi non ho lavorato la terra di un boss mafioso, ma la mia e la nostra terra, una cosa pubblica. E vorrei dire a quella signora, che sembrava così rassegnata, che per me non finisce qui e spero, anzi penso, nemmeno per tutti i ragazzi e le ragazze con cui ho condiviso lacrime, risate e voglia di resistere.