Bolzano incontra Carlo Greppi

Carlo-Greppi

Parte da un tatuaggio l'incontro al Pippo con l'autore Carlo Greppi, quello che porta sul braccio sinistro con la scritta “Rage” – rabbia. È il terzo di tre, fatto da ragazzo, un gesto che i suoi genitori hanno faticato ad accettare: “Come farai a trovare un lavoro?” gli dicevano.
Quando parla dei suoi genitori lo fa con affetto e rispetto, dalle sue parole traspare un clima famigliare sereno e di condivisione (sarà la madre, ci racconta, a suggerirgli il titolo definitivo di
Non restare indietro), ma traccia anche la storia di profonde differenze generazionali tra sé e loro.
Carlo è cresciuto in un contesto che definisce “liberale”, fatto di tradizione e forse anche di convenzioni. Da piccolo frequenta gli scout, nell'AGESCI; per chi è ferrato del tema, farà tutta la trafila: branco, reparto, noviziato, clan... Ma quando si tratta di passare dalla parte degli adulti, non fa l'ultima scelta, quella di abbracciare la fede cattolica. Una scelta di coerenza: lui in Dio non ci crede.
Questo non gli impedirà di far tesoro dell'esperienza: “negli scout ho vissuto momenti importanti di comunità, ti insegnano il senso di viaggio e dello stare insieme, e poi c'erano i
fratelli maggiori, che nel tempo diventano amici. Ho anche imparato a non reprimere e, anzi, a dare voce alle emozioni. Sono tutti aspetti che ho ritrovato nei viaggi della memoria”.

 

Promemoria Auschwitz è il progetto dell'associazione Deina che ha portato Arciragazzi e Arci Bolzano a conoscere Carlo, e che fa da sfondo al suo libro Non restare indietro, dove si racconta di Francesco, un adolescente che in Polonia a visitare campi di concentramento non ci vuole proprio andare, e viene in qualche modo costretto dai genitori e da una serie di altre circostanze.

 

La storia di Francesco e dei suoi compagni è ispirata a un fatto veramente accaduto: una volta una terza superiore ha partecipato a un nostro viaggio aggregandosi al gruppo di ragazzi di almeno due anni più grandi. Per poter venire tutti quanti avevano 'spalmato' le quote equamente, in modo da coprire anche quelle di chi non avrebbe potuto pagarle. Successivamente abbiamo iniziato a organizzare anche viaggi d'istruzione, in particolare per le classi terze, e ci siamo resi conto che in una classe intera si possono trovare diversi livelli di coinvolgimento: ci sono ragazze e ragazzi molto motivati, altri curiosi, altri ai quali non potrebbe importare di meno. Ecco, è un po' come loro, Francesco, che all'inizio del libro si ritrova travolto da una serie di sconvolgimenti: nuova scuola, nuovi amici (e nemici) e nessuna voglia di partire per un viaggio che lo spaventa”.

 

Emblematica in questo senso l'immagine della copertina, che ritrae il ragazzo in treno con una felpa arancione e il cappuccio sulla testa.
“Il cappuccio è un elemento che ha un certo fascino sulle persone: quando lo mettiamo ci nasconde, ci protegge... Io per primo non ne posso fare a meno. Sarebbe interessante ricostruire una storia del cappuccio, perché ricorre in molti ambiti e in molte epoche: pensate alla tonaca dei monaci, per fare solo un esempio lontano nel tempo”.
Si perché, oltreché narratore, Carlo è anche, forse soprattutto, uno storico. Dottore di ricerca in Studi storici, collabora con Rai Storia come conduttore e inviato.
“Fin da piccolo ho avuto la passione per i libri, divoravo quelli di Salgari, Tolkien e tanti altri, e volevo fare lo scrittore… mai avrei pensato di lavorare in televisione. Le prime volte, ed è naturale, puoi avere una dose di ansia che ti accompagna negli incontri, nelle interviste... poi va via. Ora mi diverto, anche: mi piace il lavoro con Rai Cultura e Rai Storia. Si impara molto, nella forma e nella sostanza, nel realizzare servizi, documentari, trasmissioni. Ho giocato tanti anni a calcio e penso che le due esperienze si assomiglino parecchio: in fondo, si tratta di due lavori di squadra. Però non potrei mai fare a meno di scrivere, anche se si tratta di un lavoro individuale, intimo, per certi aspetti.
Uomini in grigio, ad esempio, è il frutto di un mio lavoro di ricerca durato anni”.

 

Come dice lo storico Francesco Filippi, se Non restare indietro è il racconto di un presente che si scontra con il passato, Uomini in grigio è il racconto di un passato che si scontra con il presente. Il titolo è una doppia citazione: una “fusione a freddo” tra la categoria della zona grigia di Primo Levi e il libro Uomini comuni di Christopher Browning.

 

Una serie di storie di persone comuni, tra i quali molti uomini e alcune donne, vissuti nel periodo e sullo sfondo della Repubblica di Salò. Né vittime né carnefici, in una guerra anche civile dove ogni giorno bisognava prendere decisioni e sopravvivere in un contesto sempre più difficile, in una dimensione esistenziale che non può coesistere con facili schematismi, ma è immersa nel grigio della nebbia morale.*

 

Ho cercato di applicare uno sguardo antropologico, oltre che storiografico, alle storie, che hanno come filo conduttore una domanda: perché gli esseri umani in tempo di guerra si comportano in un certo modo o in un altro?”
Gli uomini in grigio (come i
Signori Grigi in Momo di Michael Ende, N.d.R.) non sono figure positive, ma in tempo e in zone di guerra è difficilissimo sapere che scelte fare, come comportarsi.
“I protagonisti sono umani, anche coloro che furono indubbiamente persecutori. Ma bisogna fare attenzione: c'è uno storico, per esempio, che a furia di studiare gli atti processuali ha iniziato a provare ed esprimere una sorta di
pietas aprioristica nei confronti degli imputati, e in occasione di un incontro pubblico è stato contestato dai presenti. Perché, non dimentichiamolo, molti tra coloro che nel dopoguerra furono processati erano effettivamente colpevoli di reati anche gravissimi. Io spero di non cadere mai in questo errore: bisogna sempre ricordarsi cosa stiamo studiando, avere salde le nostre convinzioni morali. Ma quando si scava e si approfondiscono storie di esseri umani bisogna tener conto che la loro natura, come la nostra, è a doppia tinta: è chiara e scura allo stesso tempo. E, in mezzo, c'è una quantità incommensurabile di grigio. Io ovviamente non mi sono messo e non mi voglio mettere nella posizione di dare giudizi netti: non faccio politica o propaganda, ma storiografia. E poi, mi rimane sempre la domanda: e se oggi o domani capitasse a noi? Se, per fare un esempio, un domani si perseguitassero i rom come negli anni Quaranta si perseguitavano gli ebrei, quanti sarebbero disposti ad aiutarli, ad accoglierli in casa a rischio della vita?”
D'altra parte, è importante conoscere la storia per fare i conti col presente: “Ci sono persone che assorbono acriticamente quello che i giornali scrivono e le televisioni raccontano. E giornalisti, anche a me coetanei, scrivono senza filtro ciò che gli viene imposto dai loro direttori o riportano dichiarazioni senza incrociare le fonti. Troppo spesso manca il senso critico, il coraggio dell'onestà intellettuale, la capacità di proporre riflessioni più approfondite. In questo senso la Storia viene in nostro soccorso: ci aiuta a comprendere meglio chi siamo, da dove proveniamo, con una distanza che ci regala una capacità di prospettiva probabilmente impossibile se parliamo di presente. Credo che sia ancora importante discutere di ciò che è avvenuto nel mondo nel periodo della seconda guerra mondiale, senza tabù, finché non l'avremo capito a fondo. Perché ci può dotare degli strumenti per interpretare anche il nostro tempo”.

Bolzano-Bozen, 21 aprile 2016.


Per approfondire:

  • Intervista di Eugenia Postal a Carlo greppi sul sito di Arci Bolzano-Bozen
  • Videointervista di Sergio Bonagura a Carlo Greppi sul sito di Arciragazzi Bolzano-Bozen