Intervista all'history-teller Carlo Greppi

Questa sera al Pippo. stage di Bolzano sarà ospite Carlo Greppi, storico e scrittore classe '82, nuovo volto di Rai Storia e socio fondatore dell’associazione Deina, con cui organizza percorsi formativi per studenti nelle storie e nelle memorie del Novecento, ci racconta le sue due ultime pubblicazioni edite la Feltrinelli: il romanzo per ragazzi "Non restare indietro" e il saggio appena pubblicato "Uomini in grigio".

In esclusiva l'intervista per Arci Bolzano-Bozen.

Chi è Carlo Greppi? Raccontaci qualcosina di te.

Carlo Greppi è una persona che non riesce a descriversi in poche parole. Su alcuni social mi definisco, un po' per gioco, history-teller. Fin da bambino volevo fare lo scrittore, ho sempre vissuto immerso nelle narrazioni, e tanti anni fa non avrei mai potuto immaginare che sarei diventato (anche?) uno storico. In ogni caso, oggi è il mio mestiere, il mio core business, come si dice. C'è il lavoro con Rai Cultura (i programmi di Rai Storia nei quali sono conduttore e inviato, e a volte ospite), c'è il lavoro con l'associazione Deina (i nostri viaggi e in particolare il nostro treno della memoria, Promemoria_Auschwitz), c'è il lavoro con l'Istoreto (l'Istituto storico della Resistenza piemontese) e poi c'è la dimensione della scrittura, che voglio che sia centrale nella mia vita, e in parte già lo è: dai saggi ai romanzi, cerco di far dialogare forma e sostanza, a costo di creare ibridi, sperimentazioni, "oggetti narrativi non identificati" (la definizione è wuminghiana).

Da dove è nata l'esigenza di scrivere il libro "Non restare indietro" ed il saggio "Unomini in grigio" di cui ci racconti oggi?

Le storie dei due libri sono assolutamente speculari. Uomini in grigio è appena arrivato in libreria ed è il frutto di una lunga ricerca, di un lavoro durato anni la cui matrice è stata la mia tesi di dottorato in Studi storici all'Università di Torino, ed è soprattutto il risultato di una serie di domande sulla "vasta fascia di coscienze grigie", per dirla con Primo Levi, che vissero sulla nostra penisola e in tutta Europa al tempo della guerra, delle persecuzioni e delle cacce all'uomo. Fin da subito ho tentato (e non sta a me dire se ci sono riuscito) di strutturare un libro di non-fiction, quale Uomini in grigio è, in parte come un romanzo, con diversi archi narrativi intrecciati che sono anche funzionali alla parte interpretativa. 

Quello che mi ha portato a scrivere Non restare indietro è stato invece uno spunto più immediato, repentino. Poco più di un anno fa, in un incontro con Paolo Rumiz e David Bidussa in Fondazione Feltrinelli, a Milano, si è discusso del "futuro dei libri di storia", e mi sono ritrovato a raccontare un'ovvietà, e cioè che gli adolescenti non leggono saggi in senso tradizionalmente inteso (ed è del tutto naturale, peraltro). E da lì nacque l'idea del "romanzo di formazione", una sorta di esperimento di "saggistica narrata" nel quale ho riversato sette anni di esperienza, le migliaia di ragazzi che ho incontrato in questi anni e, naturalmente, anche me stesso: il rapporto che da ragazzo avevo con il mondo adulto e con la storia; il calcio; gli amici di sempre e quelli che arrivano; la straordinaria scoperta che sa essere il viaggio.

Come pensi si svilupperanno nel futuro i progetti e percorsi formativi per fare memoria di cui ti occupi?

Quando nacque Deina, nell'estate del 2013, sostenevo con forza che noi avevamo (e abbiamo) una doppia responsabilità: di ricettori e di propulsori di memoria pubblica. In sostanza, se da un lato noi costruiamo da anni progetti culturali a partire da date in qualche modo "comandate", innanzitutto dal Giorno della Memoria, dall'altro dobbiamo saper proporre non solo nuovi sguardi e nuovi approcci a temi già rilevanti, ma anche costruire memoria pubblica, caricare di senso segmenti della nostra storia fino a oggi ignorati oppure ostaggio di consumate retoriche. Parlo in prima persona, pur sapendo che è una sensibilità condivisa con molti dei compagni di viaggio e degli "addetti ai lavori" più in generale, facendo due esempi tra i tanti che potremmo fare: le frontiere - da spazzare via - e la ferita che fu Genova 2001. Naturalmente continueremo a lavorare sui nostri temi, cercando costantemente di rinnovarli, ma ci sono tante altre storie che devono essere portate all'attenzione, e il futuro della memoria è ancora tutto da scrivere.
 
Una domanda più specifica sul libro che presenti sta sera. In "Non restare indietro" racconti la storia di un ragazzo che non sarebbe voluto partire per il viaggio di "Promemoria_Auschwitz" e che ha paura ed è stato costretto dai genitori. Noi a Bolzano abbiamo però l'esperienza di ragazzi che invece per partire fanno a gara e sono motivatissimi e generalmente questo aspetto da te raccontato non lo manifestano. Come mai hai scelto di raccontare la storia di un ragazzo che, nella nostra esperienza, sembra non corrispondere al profilo di un partecipante tipico del progetto "Promemoria"?

Oramai il viaggio ad Auschwitz esercita un potere incredibile sull'immaginario dei nati dopo la fine del Novecento. Esistono molti ragazzi e ragazze che farebbero di tutto pur di prenderne parte, in Trentino-Alto Adige e non solo, ma un numero incalcolabile di adolescenti come Francesco può vivere un rifiuto radicale per il Giorno della Memoria e i suoi riti, oppure anche solo essersene stancato. Io in questi anni mi sono relazionato con decine di migliaia di ragazzi, attraverso Promemoria_Auschwitz (il treno della memoria di Deina) e grazie a tanti incontri nelle scuole di tutta Italia, e penso che sia necessario fare capire anche e soprattutto ai ragazzi ai quali la storia e questa storia non interessa perché invece ci riguarda da vicino. Cosa ha da dirci, cosa ha da insegnarci. Poi spero e credo (in questi tre mesi ho avuto diversi feedback) che il libro parli anche a chi il viaggio l'ha già fatto, più o meno motivato o più o meno scettico, perché permette di riviverlo, o di viverne uno diverso. E spero che ci siano tanti lettori tra chi il viaggio non riuscirà mai a farlo: abbiamo tutti sognato esperienze o mondi lontani attraverso la letteratura, sulla carta, insomma, e mi piacerebbe poter restituire quello che ho vissuto dall'altro lato della tastiera, l'emozione del lettore, almeno a qualcuno.

Per approfondire

  • Articolo di Andrea Tommasini sulla serata al Pippo con Carlo Greppi sul sito di Arciragazzi Bolzano
  • Videointervista di Sergio Bonagura a Carlo Greppi sul sito di Arciragazzi Bolzano-Bozen

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